giovedì 7 marzo 2013

8 marzo delle persone


8 marzo festa delle donne,
8 marzo giorno in cui, si sposta per alcune ore l’attenzione sul mondo al femminile, sulle conquiste ottenute, conquiste economiche, sociali, culturali,
8 marzo giorno in cui ripensiamo alla fatica d’esser donne, a quanto cammino c’è ancora da fare per valorizzare le diversità di genere, al di là delle abitudini e delle ricorrenze.

In realtà l’8 marzo dovrebbe essere un giorno in cui la donna possa riprendersi anche solo per “un giorno” il suo tempo, giusto il tempo che serve a tirare un respiro profondo, a guardarsi per un attimo indietro a riflettere su ciò che è stato fatto e subito ripartire più attiva e più combattiva di prima.
Sì, perché non possiamo stare nell’immobilismo dei diritti acquisiti, troppe sono ancore le cose da fare, perché troppe, e da troppo tempo, sono le cose negate alle donne, sia in occidente che in altri paesi.

In Italia il movimento “Se non ora, quando” ha portato in piazza una moltitudine di donne, le quali  hanno dimostrato al Paese che anche nel silenzio, non hanno mai smesso di lavorare per loro stesse, per la propria famiglia, la propria comunità e per la società tutta, e che forse sia giunto il momento in cui gli uomini debbano smettere di pensare alla donna come corpo da sfruttare e come capo espiatorio dei propri fallimenti e frustrazioni, o come compagna utile a partorire prole e pietanze.
Le donne non chiedono la luna, chiedono l’opportunità di essere riconosciute come teste pensanti, di essere riconosciute come persone in grado di apportare il proprio contributo alle scelte politiche e sociali del proprio paese, anche perché di fatto esse in parte lo fanno già con la cura dei figli e della famiglia, alleggerendo allo Stato il peso del welfare.

Proprio perché esse vivono sulla propria pelle qualsiasi problema del primo nucleo della società, cioè della famiglia: esperimenti di ciò che necessita alla conduzione di una vita dignitosa per sé, per il partner, per i figli, e adesso anche per i familiari sempre più anziani, chiedono opportunità di accesso al lavoro e pari riconoscimento economico al proprio lavoro, chiedono maggiore possibilità di accesso all’istruzione e alla cultura, chiedono pari opportunità per le persone diversamente abili in quanto anche loro figli di una società civile con uguali diritti di uomini e donne che si ritengono “abili”, e le esperienze dimostrano che persone con gravi malformazioni anche sin dalla nascita, se amorevolmente e correttamente assistite e curate possono rivelarsi persone in grado di apportare notevoli contributi anche allo sviluppo culturale e scientifico di un paese, se non del mondo intero, cito ad esempio il fisico siracusano Fulvio Frisone.

Le leggi sono state fatte, esistono già: l’art. 3 della Costituzione Italiana garantisce uguaglianza fra le persone, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, e la Repubblica  ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza delle persone.
Di fatto tutto ciò risulta molto difficile da realizzare, nonostante l’istituzione di un Ministero delle Pari Opportunità, nonostante l’istituzione di Codici di Pari Opportunità, di Commissioni Pari Opportunità (o forse proprio lo testimoniano l’esistenza di un ministero e di un codice delle Pari Opportunità), nonostante le raccomandazioni in tutti i luoghi di lavoro per garantire pari opportunità, garantire buone prassi ed opportunità per un numero sempre crescente di donne - meritevoli - a cui permettere di arrivare in posti decisionali e di comando (ma a ben guardare c’è sempre un uomo sopra di loro che le ha volute lì, o che le coordina, dirige, manipola). Non abbiamo mai avuto un Presidente del Consiglio donna, mai un Presidente della Repubblica o un Governatore della Banca d’Italia donna (ma forse neanche un capomafia...).
Ultimamente siamo riusciti a ricostituire il monocolore maschile nel Direttorio.

Sono ancora troppi gli stereotipi presenti nei nostri modi di pensare e di agire che ci impediscono di guardare all’altro come uguale a noi pur nella sua diversità, con le stesse potenzialità e fragilità.
E neanche la classe politica, per quanto rivestita di “quote rosa”, negli ultimi 20 anni in Italia (o forse 60?) ha saputo essere lungimirante, ha saputo lavorare per assicurare che i principi della Costituzione si traducessero in vita reale, in fatti della quotidianità (l’uguaglianza di genere, di razze, ecc.)
Ancora oggi non c’è chi, in un contesto lavorativo di qualunque natura (pubblico, privato, operaio, intellettuale), non pensi che una donna costituisce un rallentamento nella produttività, non consideri la maternità come un costo, la riflessività come ostacolo, i tempi di vita contrapposti ai tempi del lavoro e forse incompatibili...
Le leggi non hanno modificato questo substrato culturale che accomuna un po’ tutte le colorazioni politiche, sebbene idealmente alcune propugnino l’effettiva uguaglianza negli statuti e nei programmi.
La realtà di questi ultimi 20 anni ha ricacciato l’immaginario collettivo nei confronti della donna verso i più primordiali istinti dell’uomo cacciatore.
E non è possibile attribuire le responsabilità di tale regressione alle donne che per fragilità emotive e culturali hanno svenduto corpi e dignità. La responsabilità è sempre collettiva riguardo alle carenze culturali che hanno determinato tutto ciò, che hanno ridotto il valore della persona al valore del denaro e della transitoria bellezza fisica.
È vero che la stagione delle rivendicazioni violente della stagione del femminismo può considerarsi superata, ora lo strumento deve essere quello della consapevolezza del valore assoluto della persona, al di là del sesso, della razza, della lingua, della religione, delle condizioni personale e sociali.

Annamaria Papaleo 


DICONO DA FUORI - Spostare l'attenzione: dal genere alla persona

dal blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato, su ilfattoquotidiano.it


Un Paese fondato sulla disuguaglianza, sulle ingiustizie, sulla non tutela dei diritti, sull’arroganza e sulla corruzione, sulla illegalità diffusa, sulla furbizia. Un Paese incattivito, affamato, rabbioso. Un Paese che ha l’opportunità di cambiare volto, identità. 
....
In quest’ultimo mese qualche presunto leader ha farfugliato monosillabi come “lavoro, Imu, riforme” ma ben pochi sono andati oltre una fonetica imbarazzante, articolando idee e una visione del futuro.
Eppure c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma nell’imbarazzo c’è qualcosa di più importante: l’uguaglianza. L’art. 3 della Costituzione recita che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge(uguaglianza formale, primo comma). E che è compito dello Stato rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’eguaglianza e di sviluppare pienamente la personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale, secondo comma). Poi l’art. 8 sancisce che tutte le confessioni religiose, diverse da quella cattolica, sono egualmente libere davanti alla legge.

Ma credete veramente che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge quando ogni giorno si consumano ingiustizie in nome delle leggi create volutamente diseguali, applicate in modo diseguale, ostacolando l’accesso alla giustizia? Ma credete veramente che lo Stato (questo) rimuova gli ostacoli che limitano l’eguaglianza invece di alimentare (con una vera e propria ingegneria giuridica, amministrativa, burocratica, di posizioni apicali e non) la disuguaglianza cementando i privilegi della cricca che si è impossessata del potere e lo gestisce con una rete massonica e familistica? Ma credete veramente che tutte le confessioni religiose siano paritarie rispetto a quella cattolica che ammorba ogni nostro dibattito, aula, spazio fisico e mentale, condizionando la nostra libertà?
Ed allora ecco che occorrerebbe una classe politica onesta, laica, etica, sognatrice capace di attuare finalmente (dopo oltre 60 anni) l’art. 3 della Costituzione. C’è invece chi vuole cambiare la Costituzione. Io chiedo invece che venga attuata. Di insegnarla (veramente) e di impararla a memoria.
Uguaglianza significa eliminare privilegi impropri e consentire a chiunque di realizzarsi, per meriti propri, costruendosi il futuro. Significa tutelare i più deboli ma consentire che escano da tale stato di debolezza, non mantenendoli deboli.

E qua, a margine, si apre una finestra sulle Pari Opportunità. In virtù della normativa europea il principio di pari opportunità è assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale di un qualsiasi individuo per ragioni connesse al genere, religione e convinzioni personali, razza e origine etnica, disabilità, età, orientamento sessuale. In Italia è invece rimasto ancorato al decreto legislativo n. 198/2006 noto come “Codice pari opportunità tra uomo e donna”, finalizzato a rimuovere ogni discriminazione tra uomo e donna. Anche questa limitata sensibilità offre l’idea della arretratezza culturale che tutt’ora permane. Da noi Pari Opportunità ancora oggi sono identificate come rivendicazione delle donne ad un maggior potere. L’erosione degli spazi dell’uomo.  

Qualcosa finalmente sta cambiando e finalmente l’attenzione si sta spostando sulle Pari Opportunità tra soggetti deboli e soggetti forti, in quanto questi ultimi ostacolano i soggetti deboli. Non è un problema di genere. Continuare a ricondurre la discussione alla discriminazione tra uomo e donna non è solo riduttivo ma è ancor peggio, fuorviante. Ed è disonesto perché si induce a credere che in Italia l’uomo continui a prevaricare la donna in quanto tale, in ogni campo, lasciando intendere che la donna si trovi in una sorta di medioevo. Tale credo, continuamente dopato dalla disinformazione, crea mostri come il diritto di famiglia diseguale, alimentato da una prassi giurisprudenziale indecente. Dove si consumano aberranti disparità (si pensi all’affidamento condiviso ma di fatto esclusivo).
Dobbiamo dunque spostare l’attenzione, così come da sempre avviene oltreconfine, dal genere alla condizione della persona. Solo così potremo realizzare le vere Pari Opportunità.


COSTITUZIONE - Articolo 37


La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

LA POESIA - Dove sono quei canti? (Micere Mugo, Kenya)


(traduz. dall’inglese di M.A.Saracino)

Dove sono quei canti
Che mia madre e la tua
Cantavano sempre
Quei ritmi adeguati
A ogni aspetto della vita?

Che cos'è che cantavano
Mentre mietevano il granturco, trebbiavano il miglio, ammassavano il grano…

Che cos'è che cantavano 
Mentre ci facevano il bagno, o ci cullavano per farci dormire…
Che canzone cantavano
Mentre giravano la minestra
….
Che cos'è che cantavano
Durante le cerimonie
Della nascita
Del battesimo
Della seconda nascita
L'iniziazione….?
Come facevano a modulare lo ngemi
Come faceva
Quel canto di guerra?
Com'era quel canto di nozze?
Canta per me
Un canto funebre
Te lo ricordi?

Canta
Perché io ho dimenticato
Il canto di mia madre
Così i miei figli
Non lo impareranno mai

Questo io mi ricordo:
Mia madre mi diceva sempre
Canta figlia mia, canta
Crea il tuo stesso canto
E cantalo
Ma fa che quel canto sia pieno di anima
E che la vita stessa
Si metta a cantare

mercoledì 13 febbraio 2013

LA RIFLESSIONE - Europa sì... ma quale?

Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano. (Elias Canetti)
«Male! male! Come? Se ne sta forse tornando ... indietro?»  Sì! Ma lo comprendete male, se vi lagnate di ciò. Arretra, ma a somiglianza di chiunque voglia spiccare un gran salto ... (Friedrich Nietzsche)


La storia dell’Europa unita inizia a Roma il 25 marzo 1957, con la firma del trattato che istituisce la Comunità economica europea e di quello che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica.
Per “Trattato di Roma” si intende il primo di questi documenti, il cui nome è stato successivamente cambiato in Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE), noto come “Trattato di Maastricht” e di nuovo cambiato in Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) o “Trattato di Lisbona”.
L’idea dei padri fondatori è quella di inaugurare una fase storica di pace e cooperazione, dopo le due disastrose guerre mondiali, combattute principalmente sul suolo del Vecchio Continente. Il compito che ci si prefigge è immane, seppure i paesi membri vantino radici (greco-romane e giudaico-cristiane) comuni. Superare secoli e secoli di divisioni e scontri è purtroppo tutt’altro che semplice. Col tempo si decide di iniziare concretamente l’opera, con l’obiettivo di creare un’area valutaria (e una moneta) comune. Dopo i primi tentativi (“serpente monetario” etc.) nel 1979 nasce lo SME, al quale aderisce anche l’Italia. Per l’Italia l’adesione allo SME rappresenta una vicenda con alti e bassi: dal “divorzio” tra Tesoro e Banca Centrale del 1981 (forse “primo atto” della creazione della moneta comune nel nostro Paese) alla drammatica crisi del 1992. La convergenza però almeno apparentemente funziona e quindi nel 1998 l’Italia entra a pieno titolo nell’area della nuova moneta unica, l’Euro. La presenza nell’area dell’euro comporta però anche oneri gravosi, come ad esempio il rispetto dei “parametri” espressi nel Trattato di Maastricht, i cui due più noti sono quelli del 3% tra deficit e Pil e del 60% tra debito e Pil, riaffermato con forza anche nell’ultimo “fiscal compact”. Il primo parametro è stato spesso rispettato nel corso degli anni, anche perché l’Italia vanta dal 1991 un più o meno consistente “avanzo primario” nei conti pubblici a cui però si affianca un pesante onere per interessi, in netta ascesa dall’inizio degli anni 80 (dopo il “divorzio”). Pertanto le politiche di rientro del debito e quindi di austerità continuano a essere definite “necessarie”. Quanto sostenibili e attuabili sarà da vedere.

Per quanto attiene al lato politico (e culturale), quel che si cerca di fare in Europa è di giungere all’uguaglianza degli individui nell’ambito democratico. Ci si può chiedere però quale sia il modello di riferimento per l’uguaglianza: uguali a chi? Nonostante Giuseppe Mazzini auspicasse una “Europa dei popoli” e Charles De Gaulle prediligesse una “Europa delle patrie”, quella che vediamo oggi è invece una “Europa del “pensiero unico” che propugna un’ideologia così descritta dallo storico Luciano Canfora: «L’“europeicità” è diventata la nuova ideologia, soprattutto presso la ex sinistra. Qui alligna ormai sempre più spesso il monito intimamente compiaciuto e pensoso: “Ce lo chiede l’Europa!”. Un tale ritornello, che serve a tappare la bocca a qualunque rilievo critico, è solo una parte dell’ideologia “europea”. Si finge infatti che l’epiteto “europeo” (di cui si ignorano peraltro il contenuto e il significato, nonché l’ambito geografico), possa, e anzi debba, riferirsi – qualificando e promuovendo – a un qualche oggetto o fatto o comportamento. Per non parlare della “prospettiva” che è sempre tenuta ad essere “europea” ».

In un contesto reso più difficile dalla crisi, il prosieguo del processo di unificazione (compito immane, come detto) necessiterebbe di un’idea e di un’ispirazione nuove che dovrebbero scaturire anche da un nuovo momento di partecipazione dei cittadini. Un “colpo d’ala” che non si intravvede all’orizzonte.
Per quanto riguarda invece il quadro globale nel quale l’Europa si inserisce, la crisi apertasi negli ultimi anni ha investito i concetti-cardine scaturiti dal crollo dell’Unione Sovietica, ovvero l’egemonia unipolare statunitense e il sistema liberista, che costituiscono i pilastri della strategia globalizzatrice finora perseguita. La crisi si è manifestata in maniera progressiva dapprima come crisi finanziaria e dei mercati, poi come crisi economica del settore reale. Ora inizia a palesarsi come crisi di sistema e in definitiva “di civiltà”: “di sistema” in quanto nessuno degli “agenti” operanti presi singolarmente è in grado di affrontarla e risolverla; “di civiltà” (e quindi di “proposta culturale”) in quanto ci troviamo forse di fronte a quel tornante della Storia che segna la fine dell’egemonia occidentale come la conosciamo più o meno a partire dal 1492.
Il “Centro regolatore” che finora presiedeva all’assetto globale non è più in grado di funzionare in maniera “stabile” e “ordinata”. Si tende quindi a un assetto “disordinato” (“caos globale”) e in prospettiva verso il cosiddetto “multipolarismo”. Resta da vedere se questo “trapasso” avverrà in maniera indolore o meno. Gli esempi storici registrati finora purtroppo non ci spingono all’ottimismo. In ogni caso la crisi continuerà a manifestare i suoi effetti. E’ probabile tuttavia che le varie forze in campo si illuderanno a lungo sulla possibilità di ripristinare un equilibrio e una mutua cooperazione, continuando ad incontrarsi, sfruttando organismi e istituzioni internazionali creati però nella precedente epoca (prima bipolare, poi monocentrica) fingendo che essi funzionino ancora da luoghi di accordo e composizione dei contrasti. Simile finzione però non regge più e ciò spiega i continui nulla di fatto dei vari G-x e l’impasse dell’ONU.
Occorre dunque prendere atto della realtà (del “concreto” come direbbe Canetti), e affrontarla in maniera “adulta”. Una riflessione seria va fatta senza tabù, anche con l’idea di fare un passo indietro, con l’obiettivo sperabile di spiccare il salto “nicciano”.
Passo indietro che per l’Italia significa ad esempio affrontare anche i problemi della “sovranità” e del “ricambio” della classe dirigente (politica, economica, imprenditoriale, sindacale) che in prospettiva rischiano di far entrare in disfacimento il Paese. La classe dirigente viene infatti sempre più manifestamente contestata perché non in grado di difendere gli interessi nazionali e quelli della quota maggioritaria del suo popolo.

Nel frattempo, l’ingresso nell’arena elettorale di una pretesa visione “tecnica” segna uno spartiacque nella storia politica italiana: l’intenzione, apertamente dichiarata, è quella di sostituire alla tradizionale contrapposizione destra/sinistra la nuova pro UE/contro UE (o globalisti/sovranisti). La designazione dei campi politici contrapposti coincide con le analisi di intellettuali di diversa estrazione come Alain de Benoist o Costanzo Preve. Peccato che solo in parte questa contrapposizione (e i suoi significati) venga esplicitata ai cittadini. In definitiva, tra un’IMU e una TARES, forse sarebbe ora di pensare: quale Europa vogliamo?
Edoardo Tagliaferri

CPO: c'era una volta, 15 anni fa...


A volte, tornare indietro con la memoria aiuta a capire vizi e virtù dei tempi presenti (i vizi, soprattutto). Vi proponiamo la lettura di questi brani tratti dalla Relazione CPO del 1998, che analizzava criticità e avanzava proposte concrete. Quindici anni fa. Segnalateci le differenze...

"...La Commissione annette grande importanza a questo pacchetto di interventi perché afferma come prioritario il valore sociale della maternità, che costituisce comunque un momento di particolare delicatezza nell’esperienza lavorativa della donna.

Dall'esame del sistema di gestione della maternità in Banca d'Italia, sono emerse alcune criticità collegate:
  • al sistema di valutazione;
  • alla definizione dell’utilizzo al rientro dall’assenza;
  • all’aggiornamento professionale;
  • alla disciplina penalizzante di alcune causali di assenza collegate alla maternità;
  • ai servizi di assistenza all'infanzia.
Tali criticità a giudizio della commissione incidono negativamente sullo sviluppo di carriera del personale femminile sia in modo diretto sia indirettamente determinando condizioni di demotivazione.

Criticità:
Si è rilevato che, a fronte di assenze per maternità, anche limitate soltanto per i 5 mesi di astensione obbligatoria, l’'effetto alone" provocato dal periodo di assenza porta il valutatore, di norma, a confermare la valutazione dell' anno precedente pur in presenza di prestazioni tali da meritare un incremento della valutazione.
Proposta
la commissione propone che venga introdotta una valutazione straordinaria effettuata immediatamente prima dell'inizio dell’astensione obbligatoria, che tenga conto del livello della prestazione effettuata fino a quel momento. Ad esempio, se l'estensione obbligatoria inizia a febbraio, verrà stilato il rapporto valutativo entro febbraio, con riferimento al periodo settembre-febbraio.

Criticità
Al rientro dalla maternità sono stati riscontrati casi in cui, le donne sono state trasferite ad altra unità o assegnate ad altre mansioni meno gratificanti.
Raccomandazione
la commissione raccomanda che i Titolari delle Unità siano sensibilizzati affinché sia garantito alle donne che rientrano in servizio dopo un periodo di assenza per maternità il mantenimento delle stesse attività, almeno fino a un anno dal rientro in servizio.

Criticità
Durante l'assenza per maternità non sono curati l'informazione e l'aggiornamento professionale della lavoratrice. Ciò rende più complessi il superamento delle difficoltà di reinserimento e, in alcuni casi, la preparazione ad esami interni per gli avanzamenti di carriera.
Raccomandazione
La commissione raccomanda che vengano sensibilizzati i Titolari delle Unità di appartenenza sull'opportunità d inviare alla dipendente i documenti ritenuti rilevanti ai fini dell'attività svolta e di programmare la partecipazione a corsi di aggiornamento al rientro dal periodo di assenza;
siano previsti a favore delle lavoratrici che rientrano da periodi di maternità, specifici “itinerari di reinserimento” di durata non inferiore a 2 settimane, da effettuarsi - di norma - sotto la guida del titolare della struttura di appartenenza.

Criticità
L'attuale normativa a tutela della maternità prevede la possibilità di assentarsi per malattia del figlio senza retribuzione, fino a tre anni di vita del bambino. Ciò determina una eccessiva penalizzazione economica delle lavoratrici e pertanto è limitato il ricorso a tale facoltà.
Proposta
La commissione propone che venga inserito il caso di malattia del figlio e le causali previste per la concessione del congedo straordinario, fermo restando il numero complessivo annuo di giorni previsto dal regolamento del personale.

Criticità
L'astensione facoltativa per maternità incide negativamente negli avanzamenti per anzianità congiunta al merito (ad esempio, nel caso degli avanzamenti degli Assistenti superiori).
Proposta
nei passaggi di carriera per anzianità congiunta merito la commissione propone che venga inserito la fine del calcolo dell'anzianità anche l'eventuale periodo di astensione facoltativa fino al raggiungimento del primo anno di vita del bambino.
La possibilità di usufruire di un servizio di assistenza per i figli vicino o presso il posto di lavoro, è accordata al solo personale femminile addetto alle strutture dell'area romana.

Criticità
Orario di lavoro. Nella cultura aziendale viene ancora ritenuta non solo premiante, ma spesso essenziale una prolungata permanenza nel luogo di lavoro, ben oltre il normale orario. In tale contesto, può risultare pertanto svalutata la prestazione lavorativa del personale femminile, spesso condizionata nella sua articolazione oraria dalle particolari esigenze familiari
Proposta
La commissione ritiene che vada significativamente rinnovato il quadro normativo interno in tema di orario di lavoro e flessibilità della prestazione lavorativa. In particolare, si propone di modificare:
  • le condizioni normative del part-time, sia economiche sia di carriera attraverso

  1. l’ampliamento dell’arco temporale part-time…;
  2. l’ introduzione del part-time verticale su 3 o 4 giorni settimanali;
  3. l'eliminazione della relazione inversa tra il tempo “lavorato” e quello necessario di permanenza in grado per aspirare ad avanzamenti.
  • Il regime di flessibilità di orario attraverso

  1. La possibilità di distribuire l’orario complessivo settimanale su 4 giorni anziché 5…
  2. una maggiore elasticità in entrata e in uscita e dell'intervallo mensa
  3. la possibilità di completare l'orario di lavoro nell'arco del mese anziché della settimana
  4. la possibilità di fruire mensilmente in certa misura riposi compensativi a fronte di prestazioni straordinarie
  5. inserimento di un tetto il plus orario del personale, direttivo superato il quale sia obbligatorio il ricorso a forme di riposo compensativo..."

Montepaschi: il potere e l'esercizio


Siamo davvero felici di aver dato il nostro contributo all’Istituzione Banca d’Italia, sollecitando interventi sulla vicenda Montepaschi, che poi ci sono stati, che propongono con serietà un passo avanti del nostro lavoro e del nostro ruolo nella società.
Però ci permettiamo una piccola riflessione ulteriore, proprio perché lo dice anche il Governatore Visco: “Vogliamo il potere di rimuovere gli amministratori che mettono a rischio la stabilità delle banche”.
Perfetto, ragioniamo un attimo. Il documento diffuso urbi et orbi dalla Banca d'Italia sugli interventi posti in essere sulla situazione Montepaschi recita: “data la difficile situazione emersa a seguito dell’ispezione, il Direttore della Banca d'Italia convoca il 15 novembre 2011 i massimi vertici di Montepaschi, al fine di metterli di fronte alle proprie responsabilità e richiede al Montepaschi una rapida, netta discontinuità nella conduzione aziendale”.
Nel giro di pochi mesi sia il Direttore generale Vigni sia il Presidente Mussari vengono “convinti” a lasciare i loro incarichi.
Allora, forse questi poteri un po’ ce li abbiamo: la famosa moral suasion funziona. Per la precisione: funziona, a volerla usare. Ma evidentemente non si è voluto usare il nostro potere fino in fondo: l’11 luglio 2012, pochi mesi dopo aver lasciato il Montepaschi per la pressione della Banca d’Italia, Mussari viene rieletto presidente della ABI, l'associazione bancaria italiana, con il voto di tutte le banche. Perché non abbiamo fatto sapere al sistema bancario che Mussari “non ci convinceva”? O qualcuno pensa che una persona valutata inidonea a guidare una banca possa invece essere adatta a guidare l’associazione di tutte le banche?
Anche la nostra presenza al massimo livello, al discorso di Mussari di reinsediamento all’ABI, è un segnale contraddittorio. Per essere credibili quando si chiedono maggiori poteri, forse potremmo iniziare a usare meglio quelli che abbiamo. Nessuna legge vieta di alzarsi dalla sedia e lasciare solo il presidente dell’ABI, se si è davvero consapevoli della situazione a cui ha portato il Montepaschi, con gravi rischi per la reputazione nostra e per le finanze del Paese. Per assumere e svolgere bene certe responsabilità, occorre il pre-requisito della trasparenza e della pubblicità. In attesa delle leggi che arriveranno, esercitiamoci (molto) su questo aspetto.