mercoledì 12 giugno 2013

Abbandonare l’euro? – James Alexander Mirrlees (Trento, 2 giugno 2013)

Presentato da Tito Boeri, il Premio Nobel in economia del 1996 ha cercato di spiegare perché l’idea di abbandonare l’Eurozona, che finora è stato un tabù, non solo italiano, del dibattito politico, risulterebbe una decisione positiva per molte economie europee, tra cui sicuramente l’Italia e la Spagna. Secondo sir Mirrless nell’area dell’euro vi sono sistemi economici che devono rendere meno caro il prezzo dei beni che producono e contemporaneamente aumentare la base monetaria per finanziare una loro necessaria espansione fiscale. Il dilemma è come raggiungere questi due obiettivi senza distruggere la fiducia internazionale nei confronti del paese che intraprende questa strada, anche perché in numerose realtà i problemi al sistema produttivo sono accompagnati da dati occupazionali e fiscali molto pesanti.
Per l’economista l’errore fatale dell’attuale politica europea è quella del timingdelle misure di austerità: in una fase di depressione, come quella che stiamo attraversando, non è proprio il caso di attuare politiche che comprimono ulteriormente l’economia reale. L’Europa è una regione del mondo che, nella fase del ciclo in cui si trova, dovrebbe incrementare i suoi debiti pubblici nazionali piuttosto che ridurli: più cose si riescono a fare sul fronte della spesa in questo momento, più breve sarà il tempo che ci separa da quello in cui si potranno di nuovo stringere i cordoni della borsa pubblica.
Alla domanda se uscire dall'euro significhi fuggire, Mirrlees osserva che la crisi si può affrontare solo resistendo ad essa, ma combatterla può voler dire anche considerare percorribile l’”opzione della fuga". Ciò, a suo avviso, non costituirebbe un “ricatto”, ma semplicemente una specie di “negoziato” tra i paesi oggi in maggiore difficoltà economica, con elevati tassi di disoccupazione, e la Germania, che permetterebbe ai primi di salvare i loro sistemi economici. Quest’ancora di salvataggio dovrebbe essere poi accompagnata da politiche statali di espansione della domanda e da un taglio delle tasse e degli stipendi dei lavoratori con professioni poco qualificate e a bassa produttività. Il tutto per raggiungere un livello di piena occupazione. Mirrlees si dichiara apertamente un sostenitore del welfare state, per cui diminuzioni delle prestazioni di assistenza da parte dell’autorità pubblica sono ritenute decisamente inopportune. Ma come si fa, si chiede il Premio Nobel, a porre fine alle politiche europee di austerity se non lasciando l’euro? Ciò non sarebbe solo una possibilità teorica, anche se oggi sarebbe più difficile di quanto invece è stato ieri entrarci. Con l'euro i paesi sono entrati in un sistema di regole molto severo ed hanno in sostanza dovuto adottare la politica fiscale voluta dalle autorità nazionali tedesche. L'espansione di cui questi Paesi hanno invece bisogno deve essere finanziata sul versante monetario. L’economista scozzese ha nella sostanza illustrato un quadro generale del sistema economico europeo a geometria variabile, dove alcuni Stati “non se la cavano poi troppo male” (Germania, Polonia e Regno Unito) ed altri che hanno invece subito un crollo dei propri investimenti reali, con conseguenze “drammatiche” sull’occupazione e “meno drammatiche” sul loro livello di produzione. Per quanto riguarda il nostro paese, Mirrlees ritiene che il debito sia sempre stato un problema rilevante per il nostro sistema economico, ma che non è dato sapere con esattezza fino a che punto: “è difficile capire se è di per sé stesso un così grave problema”. Ci si deve preoccupare così tanto del debito? Sì sicuramente esiste un problema default, con tutte le spiacevoli conseguenze del caso, ma il debito di per sé è solamente un segnale del fatto che le istituzioni politiche spendono senza avere un controllo sulla spesa. 
La cosa più importante nella situazione attuale non è quella della riduzione del debito, ma quella di riportare il livello degli investimenti a quello antecedente l’inizio della crisi. La difficoltà sembra rintracciabile nella mancata volontà da parte dei soggetti finanziari, in primis delle banche, di erogare finanziamenti: la stessa politica monetaria ha fallito nel suo tentativo di intervento su questo versante. C’è chi pensava che un tasso d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento della BCE attorno allo zero avrebbe aiutato in questa direzione, ma non ci si è chiesti se le banche avessero accettato tale politica, ovvero se avessero o no ripreso a finanziare i progetti delle imprese e delle famiglie. Il problema rilevante per sir Mirrless, infatti, è quello di capire come incoraggiare gli investimenti produttivi.  Una possibilità sarebbe quella di avere delle assicurazioni sui prestiti effettuati dalle banche, un’altra quella di avere degli istituti di credito pubblici.
La conclusione dello studioso è che oggi, forse, sono le stesse imprese a non voler più investire, perché ritengono probabile una prossima uscita dalla crisi e conseguentemente un prossimo rapido innalzamento del livello dei tassi di interesse, che ridurrebbe drasticamente i loro livello di profitti attesi.
In conclusione l’opzione di abbandonare l’euro potrebbe riguardare più di un paese sfiancato dalla crisi, dalla recessione e dalla deflagrazione dei debiti sovrani. Lo sconquasso dei sistemi economici è finora stata affrontato con “rigore feroce” da FMI, Commissione Europea e Banca Centrale Europea. Un rigore però che non si sa bene dove porterà: non si sa infatti se le misure adottate porteranno effettivamente ad avere i “conti in ordine”, ma nel frattempo sicuramente si saranno depressi i consumi e si saranno distrutti milioni di posti di lavoro.

Processo alla Finanza – Salvatore Rossi (Trento, 1 giugno 2013)

Coordinato dalla giornalista Tonia Mastrobuoni, l’intervento di Salvatore Rossi al Festival dell’Economia è avvenuto all’interno della sessione “Incontri con l’autore” e si è articolato attraverso un dialogo con Marco Onado e Pier Carlo Padoan, per la presentazione ufficiale dell’ultima fatica letteraria del Direttore Generale della Banca d’Italia. Il libro “Processo alla Finanza” parte dalla constatazione che in tutto il mondo dopo lo scoppio dell’ultima crisi, i cui postumi sono ancora ben visibili, molte voci, sia di gente comune sia di insigni intellettuali, si sono levate a esecrare il mostro finanziario e l’impotenza dei popoli verso di esso. È questa una moderna caccia alle streghe, e quindi la finanza rappresenta la foemina instrumentum diabolicontemporanea o è invece una sacrosanta indignazione contro autentici soprusi? Su tale domanda fondamentale l’autore svolge una serie di riflessioni incastonate in una struttura formale che riproduce un vero e proprio processo, con tutte le garanzie procedurali democratiche, in cui si da equamente la parola all’accusa e alla difesa. L’idea dell’autore è stata quella di istruire un processo più articolato e meditato, con il beneficio del maggior tempo trascorso, di analogo artificio presentato nel 2009 proprio al Festival dell’Economia di Trento e di cui il professor Onado rappresentava la pubblica accusa. I passi procedurali si realizzano tramite l’identificazione dell’imputato, l’esposizione progressiva dei capi di accusa, dei fatti, degli argomenti dell’accusa e di quelli della difesa, cui si susseguono delle riflessioni che cercano di sceverare le buone ragioni dalle cattive sia nell’accusa sia nella difesa, lasciando comunque ai lettori, i giudici di questo processo, il compito di formarsi il proprio personale verdetto finale.
L’intento è stato quello di non precostituire una tesi preconcetta, un attacco demagogico alla finanza e a chi vi lavora o una loro difesa d’ufficio, ma piuttosto quello di contribuire a cercare di capire la realtà, usando tutta la neutralità ideologica ed emotivapossibile e attraverso un discorso comprensibile anche a chi tecnico non è, e non vuole diventarlo, ma vuole semplicemente formarsi un’opinione su una questione che è al centro del dibattito pubblico in tutto il mondo da almeno cinque anni.
Tre sono le categorie individuate per i potenziali imputati: i soggetti professionali privati che operano in campo finanziario (banche, gestori di fondi di investimento, di fondi pensione, di fondi sovrani, di hedge funds, amministratori di agenzie di rating, etc.), coloro che hanno responsabilità amministrative di regolazione e supervisione degli intermediari e dei mercati finanziari (organismi di vigilanza), nonché coloro che avendo responsabilità politiche contribuiscono a formare il quadro normativo-istituzionale di riferimento (governi e parlamenti). Tuttavia, poiché l’impressione è che la gente ce l’abbia con la finanza in quanto sistema, ossia in quanto abito mentale o schema concettuale e di comportamento, l’attenzione nella prima parte si incentra sul significato generale del termine finanza, indicata come insieme di strumenti per “traslare nel tempo e nello spazio la possibilità/capacità di procurarsi cose utili nell’immediato”. 
Si invita poi il lettore a riflettere su tre concetti che vi sono in qualche modo connaturati quali quello di moneta, di credito e di assicurazione e agli elementi che questi fattori hanno in comune, ossia il fattore tempo e il nesso rischio/rendimento. Il trascorrere del tempo e i mutamenti che questo può portare, vengono appresi e interiorizzati dall’uomo attraverso la leva psicologica più potente ed efficace: quella dei desideri e dei bisogni. Imparare a proiettare un desiderio nel futuro o a prevedere un bisogno è un “salto evolutivo fondamentale”: se mi si delinea nella mente un desiderio o un bisogno futuro devo mettermi nelle condizioni di soddisfarlo. In tale maniera “l’uomo esce dalla barbarie dell’imminenza, dalla ferinità di una vita regolata dal consumo di sopravvivenza, che si esaurisce nell’attimo presente” (S. Rossi in “Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale”). Il conflitto tra rischio e rendimento pone il problema di evitare la possibilità sempre concreta di non riuscire a soddisfare tale necessità e l’esigenza di massimizzare tale soddisfacimento attraverso un’opportuna valutazione e diversificazione del proprio portafoglio.
Cinque sono i capi d’accusa a carico della finanza: è destabilizzante, è irreale, è incomprensibile, è prodiga ed è irragionevole. 
La finanza può destabilizzare intere economie e società e addirittura tutto il mondo. Dopo il fallimento della Lehman Brothers il PIL delle economie avanzate si è bruscamente ridotto con effetti ancora più gravi sul livello occupazionale e sulle casse pubbliche. È indubbio che nelle economie di mercato capitalistiche l’apparato finanziario generi ogni tanto delle esplosioni di instabilità che causano forti danni economici, impoverimento e fratture sociali. 
L’accusa che la finanza sia irreale risale all’idea della distinzione concettuale tra “economia reale” ed “economia finanziaria”, in particolare la prima definita come quella parte dell’economia coinvolta nella produzione effettiva di beni e di servizi, la seconda individuata come quella parte che consiste nel comprare e vendere sui mercati finanziari. Che la finanza produca servizi per la società, i quali fanno parte a pieno titolo della produzione nazionale non sembra però poter essere messo in dubbio. La distinzione grossolana tra economia reale, buona e utile, e finanza irreale, cattiva e dannosa, contiene pertanto una contraddizione interna, perché la stessa attività di comprare e vendere sui mercati finanziari è essa stesso un servizio, prodotto a beneficio di qualcuno disposto ad attribuirgli un valore, anche se poi nessuno ci assicura che il valore attribuito ai servizi della finanza nei conti nazionali sia corretto ed è questo forse il vero problema. 
La finanza risulta poi incomprensibile a causa del proliferare dei cosiddetti strumenti finanziari complessi, come ad esempio i derivati, a cui lavora ormai un esercito di matematici, fisici e ingegneri, il cui intento di distribuire il rischio non lo fa però scomparire miracolosamente. Tali strumenti possono venire facilmente trasformati da strumenti assicurativi in scommesse buone per fare del puro gioco d’azzardo, in alcuni casi persino truccato. Bisognerebbe allora che un’autorità pubblica facesse in modo, con regole appropriate e attenti controlli, che strumenti nati per accrescere il benessere della società non degenerino a vantaggio di pochi e a svantaggio di tutti gli altri e che le compravendite di derivati non avvengano over-the-counter, ma su mercati ufficiali e regolamentati attraverso un’intesa internazionale. Si sente inoltre l’esigenza di un’autorità pubblica globale che vigili sulla concorrenza nel mercato dei ratings e sulla correttezza di chi vi opera; bisogna insomma controllare le agenzie di rating che svolgono l’importante funzione di convogliare valutazioni professionali su chiunque intenda contrarre un debito a beneficio della sterminata platea dei potenziali creditori. Il mercato infatti è oggettivamente distorto dal fatto che in molti casi a pagare il servizio non sono i creditori ma gli stessi esaminati; inoltre la situazione risulta ulteriormente aggravata dal fatto che circostanze storiche hanno limitato a tre il numero degli operatori e li hanno concentrati in un solo paese. Delle cartolarizzazioni inoltre se ne è fatto un abuso sistematico, tollerato, quando non incoraggiato, da chi aveva invece la responsabilità di fissare paletti regolamentari e di vigilare sul loro rispetto. 
La finanza è prodiga, nel senso che i guadagni dei professionisti della finanza ai livelli più alti hanno avuto un’escalationincontrollata, ostentatamente spropositata. 
La finanza è irragionevole perché appare come un terreno di scorrerie di branchi in preda a emozioni irrazionali (euforia, panico e credulità), in cui facilmente una credenza diventa un feticcio e con la stessa rapidità, per uno stormir di fronde, il feticcio viene abbattuto e si afferma la credenza contraria, con lo stesso stolido conformismo.

I suggerimenti finali per il lettore, che formulerà il suo personale verdetto, sottolineano come lo sviluppo dei sistemi economici sia strettamente correlato allo sviluppo finanziario, ossia come la triade credito, moneta, assicurazione sia centrale per far funzionare e crescere qualsiasi economia, ovvero per poter aumentare le opportunità di benessere di tutti, purché si riesca a evitare disastri come quello che ha colpito il mondo nel 2008. Il problema diventa allora come riuscire a tenersi i benefici permanenti della finanza, evitando, il più possibile, il rischio che un suo cattivo uso causi, in un momento, tali e tanti danni da distruggere in poco tempo i benefici guadagnati in lunghi decenni. Il focus per Rossi deve allora concentrarsi sul punto di equilibrio tra libertà e regole. Questo, a suo giudizio, deve essere collocato più dalla parte delle regole che non da quella della libertà di azione nei mercati e ciò per due principali ordini di ragione. La prima perché la materia oggetto degli scambi di tipo finanziario è in ultima analisi la fiducia, che è impalpabile ma che è anche molto facile da perdere e che comunque rappresenta la base su cui poggia ogni comunità umana. La seconda perché è nella natura umana abusare dello strumento del debito e, di converso, del credito e perché è cruciale per tutte le economie bilanciarne i rischi e le opportunità. Mettere l’accento sulle regole per ovviare al fallimento del mercato non è quindi per l’autore un precetto da economia pianificata, ma una necessità essenziale per ogni sistema economico e un caposaldo del pensiero liberale.

giovedì 7 marzo 2013

Subordinazione della vita al lavoro


Uno dei modi più antiquati di fare male alle donne è non raccontare loro (tutta) la verità. Il fatto che ciò avvenga su un “volantino sindacale”, per di più scritto da una donna,  aggiunge solo quel pizzico di sadismo in più di cui nessuno sentiva realmente il bisogno.

Si sostiene infatti, sul volantino della Cisl del 6 marzo, che la Banca avrebbe accolto già da mesi “tutte le richieste” sul tema dell’orario di lavoro(avanzate dal tavolo Cida-Cgil-Cida-Dasbi-Fabi su suggerimento della Commissione Pari Opportunità, ossia - per metà - dalla Banca stessa, ndr). 
Accordo che non vedrebbe la luce per l’opposizione dei cattivoni “Falbi&Sibc&Uil” che fanno opposizione “a prescindere”.

Ora, senza fare polemiche con chi sta trascinando a picco un sindacato che aveva una sua storia rispettabilissima, ma è ormai ostaggio di un manipolo di conquistadores, ci limitiamo a ribadire - per chi non lo avesse capito - che noi siamo pronti a firmare tutte le proposte della Banca in tema di maggiore flessibilità, in ingresso, in uscita, in pausa pranzo, tutte le proposte in tema di telelavoro, lavoro a distanza e banca del tempo, tutte le proposte sul part-time, tutte le proposte in materia di tutela della genitorialità (invero scarsissime) e del diritto allo studio.

Siamo disposti a firmarle anche se rappresentano una versione molto scolorita di alcune (e solo di alcune!) delle proposte di grande spessore che il tavolo Falbi, Sibc e Uil aveva avanzato esattamente un anno fa. 

Purtroppo, NON POSSIAMO FIRMARLE, per il semplicissimo motivo (che quel volantino curiosamente omette) che la proposta della Banca - allo stato - prevede ben altro. 
Prevede, per esempio, che i possibili “diritti di flessibilità oraria” possano essere trasformati - a scelta di ciascun Capo struttura - in “dovere di rigidità oraria”, e ciò NON in via del tutto eccezionale, bensì per quote significativissime di personale, per periodi non limitati, per motivazioni evanescenti, in cambio di niente. Perdendo non solo le nuove flessibilità, ma persino quelle già oggi esistenti! (e sottoponendo il lavoratore al potere di ricatto dei Capi, aumentato a dismisura dalle nuove proposte in tema di valutazione e conseguente busta paga, ndr).

Pensate a una donna (ma anche a un uomo) che organizza la sua vita per prendere o portare i bambini a scuola, o occuparsi dei genitori anziani, e che - per inappellabile decisione del capo del Servizio o del direttore di Filiale - si veda costretta/o per 20 giorni, poniamo, a irrigidire il proprio orario in modo inconciliabile con i suoi doveri di cura. Questa non è “conciliazione fra vita e lavoro” è “subordinazione della vita al lavoro”!

Il tema quindi è molto semplice: si vuole certificare la possibilità, per i capi delle strutture, di scaricare sul personale l’inadeguatezza propria, della dotazione quantitativa di risorse e/o dell'assetto organizzativo. Questo è il nocciolo della questione. Paghiamo comunque noi. Vi pare giusto? E’ la festa della donna, o qualcuno vuole “fare la festa” alla donna (ma anche agli uomini, ndr)? 

Spiace che sia un volantino sindacale a farsi portavoce, ancora una volta, della posizione-Banca. 
A fronte di “zero potere contrattuale” dei sindacati per contrattare (o addirittura per conoscere!!) quale e quanto personale deve essere addetto a ciascuna struttura e quali dotazioni infrastrutturali vengono messe a disposizione (procedure, macchinari, logistica etc), si vuole consegnare il potere di disporre coattivamente delle persone (PERSONE!!) che lavorano in ciascuna struttura, senza limiti temporali, senza motivazioni sostanziali e soprattutto senza neanche dover riconoscere un indennizzo economico per le rigidità orarie loro imposte. 

Sia detto per inciso, questa previsione sancirebbe anche il fatto che le mansioni superiori, ma anche inferiori, diventino una regola: essendo infatti pacifico che sia impossibile riprodurre per quote di personale lo stesso assetto gerarchico e funzionale di una struttura a pieno organico. Ennesima regalia a mamma Banca, alla quale opponiamo la nostra convinzione che firmare proposte peggiorative delle condizioni di lavoro sia estraneo al mestiere di sindacalista. Come noi lo intendiamo, almeno.

Provi, la Cisl insieme ai suoi compagni del tavolo dei direttivi, a proporre alla Banca il contraccambio di quanto fecero sul "pacchetto pensioni": si facciano subito dare da mamma Banca tutto il “pacchetto flessibilità”, e noi in cambio partecipiamo a un “Commissione tecnica paritetica di studio” sulle esigenze della Banca. Affidiamoci alla buona fede (?) dell’altro una volta per uno.      

Molestare le donne facendo credere che ci sia chissà quale vantaggio a firmare proposte oscene di cui nascondono volutamente le mille insidie (ma gli alleati sono tutti d'accordo? ndr) è un modo indegno di “festeggiare” l’8 marzo.
Noi invece lo facciamo raccontando le cose come stanno, impegnandoci a migliorarle. Ogni giorno.

Alberto Antonetti

8 marzo delle persone


8 marzo festa delle donne,
8 marzo giorno in cui, si sposta per alcune ore l’attenzione sul mondo al femminile, sulle conquiste ottenute, conquiste economiche, sociali, culturali,
8 marzo giorno in cui ripensiamo alla fatica d’esser donne, a quanto cammino c’è ancora da fare per valorizzare le diversità di genere, al di là delle abitudini e delle ricorrenze.

In realtà l’8 marzo dovrebbe essere un giorno in cui la donna possa riprendersi anche solo per “un giorno” il suo tempo, giusto il tempo che serve a tirare un respiro profondo, a guardarsi per un attimo indietro a riflettere su ciò che è stato fatto e subito ripartire più attiva e più combattiva di prima.
Sì, perché non possiamo stare nell’immobilismo dei diritti acquisiti, troppe sono ancore le cose da fare, perché troppe, e da troppo tempo, sono le cose negate alle donne, sia in occidente che in altri paesi.

In Italia il movimento “Se non ora, quando” ha portato in piazza una moltitudine di donne, le quali  hanno dimostrato al Paese che anche nel silenzio, non hanno mai smesso di lavorare per loro stesse, per la propria famiglia, la propria comunità e per la società tutta, e che forse sia giunto il momento in cui gli uomini debbano smettere di pensare alla donna come corpo da sfruttare e come capo espiatorio dei propri fallimenti e frustrazioni, o come compagna utile a partorire prole e pietanze.
Le donne non chiedono la luna, chiedono l’opportunità di essere riconosciute come teste pensanti, di essere riconosciute come persone in grado di apportare il proprio contributo alle scelte politiche e sociali del proprio paese, anche perché di fatto esse in parte lo fanno già con la cura dei figli e della famiglia, alleggerendo allo Stato il peso del welfare.

Proprio perché esse vivono sulla propria pelle qualsiasi problema del primo nucleo della società, cioè della famiglia: esperimenti di ciò che necessita alla conduzione di una vita dignitosa per sé, per il partner, per i figli, e adesso anche per i familiari sempre più anziani, chiedono opportunità di accesso al lavoro e pari riconoscimento economico al proprio lavoro, chiedono maggiore possibilità di accesso all’istruzione e alla cultura, chiedono pari opportunità per le persone diversamente abili in quanto anche loro figli di una società civile con uguali diritti di uomini e donne che si ritengono “abili”, e le esperienze dimostrano che persone con gravi malformazioni anche sin dalla nascita, se amorevolmente e correttamente assistite e curate possono rivelarsi persone in grado di apportare notevoli contributi anche allo sviluppo culturale e scientifico di un paese, se non del mondo intero, cito ad esempio il fisico siracusano Fulvio Frisone.

Le leggi sono state fatte, esistono già: l’art. 3 della Costituzione Italiana garantisce uguaglianza fra le persone, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, e la Repubblica  ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza delle persone.
Di fatto tutto ciò risulta molto difficile da realizzare, nonostante l’istituzione di un Ministero delle Pari Opportunità, nonostante l’istituzione di Codici di Pari Opportunità, di Commissioni Pari Opportunità (o forse proprio lo testimoniano l’esistenza di un ministero e di un codice delle Pari Opportunità), nonostante le raccomandazioni in tutti i luoghi di lavoro per garantire pari opportunità, garantire buone prassi ed opportunità per un numero sempre crescente di donne - meritevoli - a cui permettere di arrivare in posti decisionali e di comando (ma a ben guardare c’è sempre un uomo sopra di loro che le ha volute lì, o che le coordina, dirige, manipola). Non abbiamo mai avuto un Presidente del Consiglio donna, mai un Presidente della Repubblica o un Governatore della Banca d’Italia donna (ma forse neanche un capomafia...).
Ultimamente siamo riusciti a ricostituire il monocolore maschile nel Direttorio.

Sono ancora troppi gli stereotipi presenti nei nostri modi di pensare e di agire che ci impediscono di guardare all’altro come uguale a noi pur nella sua diversità, con le stesse potenzialità e fragilità.
E neanche la classe politica, per quanto rivestita di “quote rosa”, negli ultimi 20 anni in Italia (o forse 60?) ha saputo essere lungimirante, ha saputo lavorare per assicurare che i principi della Costituzione si traducessero in vita reale, in fatti della quotidianità (l’uguaglianza di genere, di razze, ecc.)
Ancora oggi non c’è chi, in un contesto lavorativo di qualunque natura (pubblico, privato, operaio, intellettuale), non pensi che una donna costituisce un rallentamento nella produttività, non consideri la maternità come un costo, la riflessività come ostacolo, i tempi di vita contrapposti ai tempi del lavoro e forse incompatibili...
Le leggi non hanno modificato questo substrato culturale che accomuna un po’ tutte le colorazioni politiche, sebbene idealmente alcune propugnino l’effettiva uguaglianza negli statuti e nei programmi.
La realtà di questi ultimi 20 anni ha ricacciato l’immaginario collettivo nei confronti della donna verso i più primordiali istinti dell’uomo cacciatore.
E non è possibile attribuire le responsabilità di tale regressione alle donne che per fragilità emotive e culturali hanno svenduto corpi e dignità. La responsabilità è sempre collettiva riguardo alle carenze culturali che hanno determinato tutto ciò, che hanno ridotto il valore della persona al valore del denaro e della transitoria bellezza fisica.
È vero che la stagione delle rivendicazioni violente della stagione del femminismo può considerarsi superata, ora lo strumento deve essere quello della consapevolezza del valore assoluto della persona, al di là del sesso, della razza, della lingua, della religione, delle condizioni personale e sociali.

Annamaria Papaleo 


DICONO DA FUORI - Spostare l'attenzione: dal genere alla persona

dal blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato, su ilfattoquotidiano.it


Un Paese fondato sulla disuguaglianza, sulle ingiustizie, sulla non tutela dei diritti, sull’arroganza e sulla corruzione, sulla illegalità diffusa, sulla furbizia. Un Paese incattivito, affamato, rabbioso. Un Paese che ha l’opportunità di cambiare volto, identità. 
....
In quest’ultimo mese qualche presunto leader ha farfugliato monosillabi come “lavoro, Imu, riforme” ma ben pochi sono andati oltre una fonetica imbarazzante, articolando idee e una visione del futuro.
Eppure c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma nell’imbarazzo c’è qualcosa di più importante: l’uguaglianza. L’art. 3 della Costituzione recita che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge(uguaglianza formale, primo comma). E che è compito dello Stato rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’eguaglianza e di sviluppare pienamente la personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale, secondo comma). Poi l’art. 8 sancisce che tutte le confessioni religiose, diverse da quella cattolica, sono egualmente libere davanti alla legge.

Ma credete veramente che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge quando ogni giorno si consumano ingiustizie in nome delle leggi create volutamente diseguali, applicate in modo diseguale, ostacolando l’accesso alla giustizia? Ma credete veramente che lo Stato (questo) rimuova gli ostacoli che limitano l’eguaglianza invece di alimentare (con una vera e propria ingegneria giuridica, amministrativa, burocratica, di posizioni apicali e non) la disuguaglianza cementando i privilegi della cricca che si è impossessata del potere e lo gestisce con una rete massonica e familistica? Ma credete veramente che tutte le confessioni religiose siano paritarie rispetto a quella cattolica che ammorba ogni nostro dibattito, aula, spazio fisico e mentale, condizionando la nostra libertà?
Ed allora ecco che occorrerebbe una classe politica onesta, laica, etica, sognatrice capace di attuare finalmente (dopo oltre 60 anni) l’art. 3 della Costituzione. C’è invece chi vuole cambiare la Costituzione. Io chiedo invece che venga attuata. Di insegnarla (veramente) e di impararla a memoria.
Uguaglianza significa eliminare privilegi impropri e consentire a chiunque di realizzarsi, per meriti propri, costruendosi il futuro. Significa tutelare i più deboli ma consentire che escano da tale stato di debolezza, non mantenendoli deboli.

E qua, a margine, si apre una finestra sulle Pari Opportunità. In virtù della normativa europea il principio di pari opportunità è assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale di un qualsiasi individuo per ragioni connesse al genere, religione e convinzioni personali, razza e origine etnica, disabilità, età, orientamento sessuale. In Italia è invece rimasto ancorato al decreto legislativo n. 198/2006 noto come “Codice pari opportunità tra uomo e donna”, finalizzato a rimuovere ogni discriminazione tra uomo e donna. Anche questa limitata sensibilità offre l’idea della arretratezza culturale che tutt’ora permane. Da noi Pari Opportunità ancora oggi sono identificate come rivendicazione delle donne ad un maggior potere. L’erosione degli spazi dell’uomo.  

Qualcosa finalmente sta cambiando e finalmente l’attenzione si sta spostando sulle Pari Opportunità tra soggetti deboli e soggetti forti, in quanto questi ultimi ostacolano i soggetti deboli. Non è un problema di genere. Continuare a ricondurre la discussione alla discriminazione tra uomo e donna non è solo riduttivo ma è ancor peggio, fuorviante. Ed è disonesto perché si induce a credere che in Italia l’uomo continui a prevaricare la donna in quanto tale, in ogni campo, lasciando intendere che la donna si trovi in una sorta di medioevo. Tale credo, continuamente dopato dalla disinformazione, crea mostri come il diritto di famiglia diseguale, alimentato da una prassi giurisprudenziale indecente. Dove si consumano aberranti disparità (si pensi all’affidamento condiviso ma di fatto esclusivo).
Dobbiamo dunque spostare l’attenzione, così come da sempre avviene oltreconfine, dal genere alla condizione della persona. Solo così potremo realizzare le vere Pari Opportunità.


COSTITUZIONE - Articolo 37


La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

LA POESIA - Dove sono quei canti? (Micere Mugo, Kenya)


(traduz. dall’inglese di M.A.Saracino)

Dove sono quei canti
Che mia madre e la tua
Cantavano sempre
Quei ritmi adeguati
A ogni aspetto della vita?

Che cos'è che cantavano
Mentre mietevano il granturco, trebbiavano il miglio, ammassavano il grano…

Che cos'è che cantavano 
Mentre ci facevano il bagno, o ci cullavano per farci dormire…
Che canzone cantavano
Mentre giravano la minestra
….
Che cos'è che cantavano
Durante le cerimonie
Della nascita
Del battesimo
Della seconda nascita
L'iniziazione….?
Come facevano a modulare lo ngemi
Come faceva
Quel canto di guerra?
Com'era quel canto di nozze?
Canta per me
Un canto funebre
Te lo ricordi?

Canta
Perché io ho dimenticato
Il canto di mia madre
Così i miei figli
Non lo impareranno mai

Questo io mi ricordo:
Mia madre mi diceva sempre
Canta figlia mia, canta
Crea il tuo stesso canto
E cantalo
Ma fa che quel canto sia pieno di anima
E che la vita stessa
Si metta a cantare